page 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 14 15 16 17 19 20 21 22 forum n° 16 - august 15, 2004

home

«Corsi e ricorsi storici» nel riciclaggio degli interventi di recupero del «Polluce»
Storia del naufragio
Il 17 giugno 1841 nel canale di Piombino vennero a collisione due piroscafi che procedevano su rotte opposte: il Mongibello e il Polluce. Quest’ultimo ebbe la peggio e naufragò.
La vicenda destò molta impressione in quei tempi e l’eco si amplificò nell’estate e nell’autunno dello stesso anno quando si cercò di recuperare il piroscafo naufragato in due tentativi al secondo dei quali prese parte, fresco di nomina, il Tenente Colonnello Conte Cesare De Laugier cui venne affidato il compito di “stabilir la disciplina nella turba numerosa dei lavoranti e marinari”.
L’eco raggiunse le aule dei tribunali ove furono accese numerose cause “incidentali e di merito” che videro contrapposte l’Amministrazione Sarda De Luchi, Rubattino & C., proprietaria del Polluce e l’Amministrazione dei Piroscafi Napoletani cui apparteneva il Mongibello.
A difesa della compagnia Rubattino scese in campo nientemeno che l’Avvocato Francesco Domenico Guerrazzi il quale fece stampare ben quattro memorie della vicenda giudiziaria. Una di esse fu proposta come modello di stile forense per i giovani avvocati.
La prossima volta descriveremo, avvalendoci della testimonianza di Cesare de Laugier, i tentativi di recupero del relitto che furono compiuti, come abbiamo accennato, nell’estate e nell’autunno dello stesso anno del naufragio.

Il nostro giornale seguita ad interessarsi del caso del “Polluce” per la rilevanza del valore patrimoniale del tesoro affondato con la nave vicino le coste dell’ isola d’ Elba, oltre che per il contributo alla raccolta di preziosi , da parte della aristocrazia russa, destinati alla causa del risorgimento italiano.
Si tratta, come accennato negli articoli precedenti, di un tesoro di valore intrinseco valutato, per difetto, non meno di duecento miliardi delle vecchie lire; a questo si deve aggiungere il notevole incremento del patrimonio storico-archeologico dei preziosi che porta la stima del valore a livelli da capogiro.
A titolo di esempio, il solo collier a forma di croce, restituito all’ Italia da Scotland Yard, con i suoi 17 smeraldi colombiani, incastonati in oro, è uno stupendo esemplare di oreficeria rinascimentale russa ed è stimato oltre mezzo miliardo di lire.
Approfondendo la storia del trafugamento dei preziosi dalle stive della nave e l’ arco dei vari interventi degli organi ufficiali competenti restano da accertare le responsabilità dell’ intera operazione.
E’ bene dire subito che sono rinate le frenesie di recupero di ciò che resta del tesoro, soprattutto da parte di alcune delle medesime Autorità precedentemente coinvolte per non aver saputo evitare, o in qualche modo aver reso possibile il trafugamento del tesoro e lo scempio della nave adagiata sul fondo del mare.
Si era ipotizzata nei numeri precedenti la versione che vi fosse stata a base della operazione dei già citati “pirati inglesi” una o più autorizzazioni rilasciate dalle Autorità competenti ad effettuare i “lavori”, non intravedendo come, in caso diverso, fosse possibile sostare indisturbati, una ventina di giorni, con draga ed altri mezzi di stazza rilevante all’ imboccatura del canale di Piombino se non addirittura protetti dalla possibile vicinanza di curiosi visitatori.
Ebbene, abbiamo avuto conferma della presenza di formali autorizzazioni rilasciate, attraverso un carosello di interventi, dalle Autorità competenti chiamate a pronunciarsi sulla richiesta; autorizzazioni formalizzate sulla base di errate premesse e che davano per scontato le svianti dichiarazioni delle altre autorità che precedevano la sequenza dei pareri sull’atto.
Questo insieme incongruente di fattori ha costituito il corpo delle autorizzazioni a fare, in concreto, ciò che per legge sarebbe stato vietato, ovvero a rendere possibile lo scempio della nave e il furto dei preziosi.
Soprassediamo, al momento, dal sollevare i molti e specifici aspetti legali esistenti nelle autorizzazioni, ognuno dei quali, se fosse stato applicato correttamente, sarebbe stato di per sè sufficiente ad impedire il furto del tesoro.
Vediamo le varie contraddizioni.
L’ordinanza della Capitaneria di Portoferraio, capoluogo dell’ Isola d’Elba, riportata nel riquadro, rendeva noto che, per trenta giorni, la Soc. Tecnospamec avrebbe proceduto al recupero del relitto e del relativo carico della nave denominata Gleen Logan, di bandiera britannica che, guarda caso, si sarebbe trovata nei pressi dell’ Isola d’Elba nella stessa ubicazione del Polluce. In realtà, essa risulterebbe effettivamente affondata durante la Prima guerra mondiale, nel 1916, ma presso l’ isola di Lipari.
Prima questione: la Gleen Logan non potrebbe essere recuperata se non come relitto archeologico (tale è ogni nave ex lege dopo al massimo 75 anni dall’ affondamento) e con la presenza sul mezzo di recupero di un rappresentante della Soprintendenza;
Seconda questione: quale sarebbe stata la destinazione ex lege della nave e del suo carico, una volta recuperati ;
Terza questione: quali gli accordi con la Soprintendenza;
Quarta questione: il travisamento che gli inglesi giocano tra il Polluce e la Gleen Logan sotto gli occhi delle Autorità competenti visto che esistono carte nautiche con ubicazioni precise dei relitti subacquei (che ogni pescatore possiede) dove sono riportati i relativi dati;
Quinta questione: l’ “equivoco” sulla denominazione e sull’ ubicazione delle navi .
La Soprintendenza competente per zona, infatti, non poteva non avere cognizione che in quel sito marino si trovava il Polluce e non poteva non sapere quale carico trasportava.
Non poteva non conoscere che in quel posto esisteva il più grande tesoro mai affondato con una nave nel Mediterraneo.
Lo sapeva, intorno alla metà degli anni novanta, il ricercatore di tesori, il belga Robert Stenuit, noto per i suoi numerosi recuperi subacquei.
Lo sapeva il rappresentate della soc. Comex di Marsiglia, Monsieur Delauze, che, dietro indicazione di Stenuit, recatosi all’ Isola d’ Elba con i sofisticati strumenti in dotazione alla società, aveva individuato e fotografato, a 103 metri di profondità, il Polluce.
Lo sapevano le Autorità marittime alle quali lo stesso Delauze aveva comunicato, nel 1995, l’ ubicazione del relitto. Ma, prima ancora, lo sapevano in molti anche all’ isola d’ Elba.
Lo sapeva anche Gianfranco Molinari, valido giornalista de “Lo Scoglio”, periodico dell’ Isola d’ Elba, e lo sapevano i suoi molti lettori; egli, infatti, in due articoli apparsi nel 1990 e cioè ben dieci anni prima dei “lavori” (si perdoni l’ eufemismo) autorizzati agli inglesi, narrava dell’ intersecarsi di leggende di tesori sepolti nei fondali marini dell’ isola d’ Elba con navi omonime, in anni poco diversi, che portavano poi all’affondamento del Polluce della compagnia Rubattino, nel 1842, e ai falliti tentativi di recupero della nave avvenuti in epoche successive.
Ma la Soprintendenza, o meglio i funzionari incaricati alla tutela dell’ingente patrimonio archeologico storico e culturale rappresentato dai relitti e dai relativi carichi ancora custoditi dal mare del nostro Paese, di cosa si occupano?
La Soprintendenza, dopo la scoperta del furto e dopo il sopralluogo sul fondo marino, aveva dichiarato, per voce di un suo alto funzionario che - per quanto riguardava il recupero di ciò che rimaneva del Polluce, pur non escludendo che là sotto fosse rimasto ancora qualcosa di valore - a suo avviso “...il gioco non varrebbe la candela”; favorendo così, implicitamente, l’ interpretazione, non proprio peregrina, di qualche malintenzionato secondo cui lo Stato si disinteressava delle sorti del Polluce.
D’altro canto, funzionari del medesimo Ente, a quanto è dato sapere, sarebbero gli stessi responsabili delle autorizzazioni rilasciate agli inglesi e si prodigherebbero per commissionare gare di appalto per il recupero e la costituzione di un museo (e il loop premiale si richiude).
A questo punto, giova ricordare la richiesta (vedi FORUM n. 14) che l’On Marco Lion, impegnato alla Camera in Commissioni Parlamentari su temi ecologici ed ambientali, ha inviato al Ministro per i Beni e le Attività Culturali con la quale - richiedendo copia delle autorizzazioni - evidenzia una sorta di riciclaggio professionale di certi zelanti funzionari.

Continua sul prossimo numero

In basso l'ordinanza della Capitaneria di Porto di Portoferraio che autorizza la Tecnospamec Sri al recupero dei relitto della Gleniogan nell’area 42° 44,5’ N - 010030,5 E

... vista la richiesta del Console britannico di Firenze...

... visto il nullaosta del Dipartimento M.M. Alto Tirreno;

... visto il nullaosta della Soprintendenza per i beni ambientali di Pisa;

... visto il nullaosta della Soprintendenza archeologica di Firenze;
etc. etc.

Ci giunge notizia che, alla conferenza organizzata all’hotel Le Ginestre, nel Comune di Capoliveri, all’Isola d’Elba, il 3 agosto scorso, qualcuno abbia illustrato ai presenti, con dovizia di particolari, il valore di un water cinese ritrovato sul relitto, senza soffermarsi sul grande valore del carico, così svilendo l’immenso tesoro trasportato. L’intervento sembra rientrare nella più ampia strategia da noi riportata.

top